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Il lavoro nell'arte
Quello degli artisti nei confronti del lavoro è
un intresse che ha spesso avuto una componente fondamentalmente
"poetica", anche quando l'argomento sia ricco di istanze
sociali forti. Infatti, non di rado, è l'aspetto più
drammaticamente legato a condizioni di sofferenza che viene ad
essere evidenziato nell'opera d'arte, e non soltanto perché
questa è, del lavoro, l'immagine più emergente
anche nella realtà, specialmente, com'è ovvio, in
quello più umile e faticoso.
E' dalla elaborazione poetica del mondo della gente
che lavora che nascono, già all'inizio del Seicento, dipinti
come "La Friggitrice" o "L'Acquaiolo
di Siviglia" di Velàzquez.
Mestieri umili, innalzati al rango di protagonisti
del dipinto, che servono a dare prestigio e vanto ad un grande
mestiere di pittore.
Tuttavia è necessario giungere alla completa
autonomia dalla committenza, e cioè nell'Ottocento, perché
l'artista, liberatosi dai dettami di chi lo paga, sia in grado
di scegliersi da sé gli argomenti da rappresentare.
Solo da quel momento, con un procedimento di lettura
della realtà completamente diverso e nuovo, l'artista viene
spesso attratto (e come non potrebbe, lui, interprete privilegiato
dell'uomo e del mondo) da un tema esistenziale così profondo
e accomunante per l'uomo qual'è quello della biblica condanna
del doversi guadagnare il pane col sudore della fronte.
Nascono così tele importanti, pregne di significato
sociale o anche solamente belle in quanto capaci di esprimere
del lavoro manuale ciò che veramente è: duro, spesso
insignificante, anonimo, magari avvilente.
Uno tra i primi a manifestare un'idea "politica"
del lavoro fu Daumier. I suoi, muratori che popolano le "Vie
di Parigi", la mattina presto, quando qualche
ritardatario della notte, in cilindro e marsina, rientra da feste
e concerti, sono gli stessi che, con le loro famiglie, si ritrovano
nel "Vagone di terza classe". Le sue lavandaie
si affannano a salire scale di case borghesi tenendo
per mano goffi pargoli che hanno già, visibile sulle faccine
insignificanti, l'imprinting dello stesso destino delle madri
e dei padri.
Siamo attorno alla metà del secolo. Pressappoco
negli stessi anni in cui "Gli Spaccapietra" , dei quadri di Courbet, alzano il piccone sotto il sole rovente,
suscitando notevole sconcerto di pubblico e di critica allorquando
vengono esposti a Parigi nel padiglione del Realismo del 1855,.
Al contrario di questi operai, i sentimentali contadini
di Millet, miti e assolutamente privi di ogni veemenza, sottomessi
al loro destino, interrompono il loro lavoro solo per pregare
all'"Angelus" , assecondando una
versione certamente molto edulcorata del lavoro dei campi. E,
infatti, i contadini di Millet godono immediatamente di un enorme
successo, specialmente da parte della borghesia che si entusiasma
per la loro domesticità del tutto priva di ogni rivendicazione
o velleità rivoluzionaria. La loro immagine, dopo essere
stata esposta nel 1867, gode di immediato successo e viene riprodotta
in calendari ed almanacchi ; significativo segno di tendenza,
questo, a vent'anni anni di distanza dalla pubblicazione del "Manifesto
dei Comunisti" del 1848.
I motivi patetici che in Millet fanno regredire la
pittura naturalistica alla condizione di un sogno romantico, scompaiono
del tutto dalle immagini delle mondine, al lavoro "Per
ottanta centesimi!" , di Angelo Morbelli, del
1895. Pittore legato alla tradizione verista, e pieno di ideali
umanitari e socialisti, egli manifesta ciò in cui crede
nella rigorosa coerenza dei temi e della tecnica, al pari dell'amico
Pellizza da Volpedo, famoso autore dell'altrettanto famoso "Quarto
Stato" , del 1901.
La strada è dunque aperta alla triste ed elegantissima
"Stiratrice" di Picasso, del 1904, monocroma
nel fisico come nella sua anima. E a tutta una serie di pittori
ed incisori che, come Käte Kollwitz, esprimono, a
partire dai primissimi anni del Novecento, tutta l'umana compassione
e condivisione nei confronti del mondo operaio.
![[foto 11]](foto11a.jpg) Ugualmente, l'antefatto creato nel 1884 dalla drammatica
e contenuta violenza espressiva de "Il Tessitore"
di Van Gogh indica la via alle incisive immagini di "Minatori
al lavoro" di Henry Moore o alla mitica rappresentazione
del lavoro nella "Zolfara" di Renato
Guttuso.
Giovanna Grossato
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