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Sette domande al ministro Bindi su stato
sociale, piccoli ospedali, deficit, sprechi e garanzie. E in sette
risposte il pensiero dell'ex "pasionaria" del Ppi per
rassicurare gli italiani che, per ora, nessuno toccherà
il servizio sanitario gratis per tutti. Anche se, nel nome della
razionalizzazione, a qualcosa bisognerà rinunciare.
Ministro Bindi, la sanità è
uno dei punti cardine dello stato sociale. Così in periodo
di tagli di bilancio è la numero uno sulla lista: ma fin
dove si può arrivare? Qual è il servizio minimo
che va garantito: le prestazioni gratuite o quasi per le fasce
deboli o anche per i ceti medi?
Come si può leggere chiaramente nella
manovra economica del governo, la Sanità ha fatto la sua
parte nel risanamento dei conti pubblici. Resta garantito qualcosa
che va ben oltre il servizio minimo: abbiamo salvato infatti il
Servizio sanitario nazionale, sostanzialmente gratuito per tutti
gli italiani.
... ma non i piccoli ospedali: si dice che
costano e vanno accorpati o riorganizzati. Ma quanti sono? Quanto
si può risparmiare? E come si risponde alla gente che non
vuole perdere il proprio ospedale?
Non solo bisogna accorpare i piccoli ospedali,
ma bisogna pensare la Sanità in modo completamente diverso,
procedendo ad una progressiva deospedalizzazione del sistema.
Questo significa incentivare la prevenzione, l'assistenza domiciliare,
le strutture diurne, il ruolo dell'associazionismo e del volontariato.
L'ospedale resterà, come centro di cura a livello territoriale:
su questo gli italiani possono stare tranquilli.
Ministro Bindi, c'è chi dice che
il "buco" nei conti della sanità non esiste.
Una stupidaggine o un'analisi non del tutto campata in aria? Come
stanno realmente le cose? E comunque quali sono le cifre reali
delle entrate e delle uscite?
In Italia c'è una spesa sociale complessivamente
inferiore a quella degli altri Paesi dell'Unione Europea. Non
solo: all'interno della spesa sociale la parte del leone la fa
la spesa previdenziale e non certo quella sanitaria. Per questo
io credo ad una razionalizzazione delle risorse più che
a tagli drastici che sortirebbero solamente effetti negativi.
Va be', niente numeri. Ma fin dove si può
privatizzare la sanità? E come si possono inserire in questo
discorso le Società di mutuo soccorso?
Ci deve essere collaborazione tra servizio
sanitario nazionale e privati, ma io non credo assolutamente ad
un modello di sanità "all'americana", che non
garantisce la salute del cittadino.
Come evitare gli sprechi del passato (macchine
costose mai utilizzate) e gli abusi (medici che si fanno pagare
le visite in ospedale)?
Gli sprechi vanno evidenziati ed eliminati:
è un lavoro che abbiamo già avviato. Quanto agli
abusi, la legge li punisce con pene severe. Io mi sono impegnata
obbligando i medici a scegliere se operare la libera professione
nelle strutture pubbliche o in quelle private. Mi sono attirata
addosso più di una critica, ma credo di aver preso un provvedimento
giusto in nome della trasparenza.
Comunque per portare gli ospedali del Sud
ai livelli di quelli del Nord (vedi crisi dei posti letto, degenti
in corridoio, lunghe attese) servono soldi. E dove si prendono?
Il divario Nord-Sud è una questione
che va al di là della pur complessa situazione sanitaria.
Credo comunque che il progetto di federalismo sanitario a cui
stiamo lavorando dia delle risposte anche a questo quesito: le
comunità locali devono sentirsi responsabilizzate.
Infine l'Europa: con l'entrata dell'Italia
nell'Unione monetaria tutti potranno andare a curarsi dove vogliono.
Cosa cambierà in pratica per la sanità italiana?
Saremo messi direttamente in concorrenza con le strutture dei Quindici, ma credo davvero che il Servizio sanitario nazionale italiano non sfigurerà. |