
Addio, mezze
stagioni
La
Conferenza mondiale sul cambiamento del clima di Kyoto ha
dato piena ufficialità al luogo comune più abusato
degli ultimi anni. Così se primavera e autunno sono
scomparsi ora sappiamo che (forse) è tutta colpa
dell’effetto serra e dell’aumento della
temperatura. Che promette tempo pazzo su tutto il
pianeta, come indicano anche i modelli elaborati dai
supercomputer. Una specie di "viaggio nel
futuro", per sapere su che Terra vivremo nel 2000

Per quanto
triste sia, in realtà ha vinto il partito del "non
ci sono più le mezze stagioni". Mai luogo comune
infatti si è rivelato più profetico. Così qualunque
decisione possa prendere la Conferenza mondiale
sull’effetto serra che coinvolge 150 Paesi sul
problema del cambiamento del clima, la cosa sicura è che
nei prossimi cento anni aprire la finestra al mattino
sarà una scommessa: gelo, deserto o un uragano? Il fatto
è che secondo la maggior parte degli specialisti il
clima si metterà a dare scossoni drammatici. E
imprevedibili. Tutto perché la temperatura media della
Terra, forse riscaldata dall’eccesso di CO2 immessa
nell’atmosfera da 100 anni di civiltà industriale,
è destinata ad aumentare da qui al 2100 da 1 a 3,5
gradi. Come indica la Ipcc, la Commissione
intergovernativa sul cambiamento climatico istituita
dall’ Onu.
I modelli scientifici
creati dai supercomputer più potenti del mondo oggi
disponibili non danno risposte rassicuranti: terra, acqua
e aria potrebbero non essere più quelle che conosciamo.
Il pericolo più immediato, e forse più visibile a
breve-medio termine, è quello dell’aumento del
livello dei mari. Soprattutto a causa dello scioglimento
dei ghiacci polari. Per l’Ipcc gli oceani di tutto
il mondo potrebbero crescere da 15 a 95 centimetri nei
prossimi 100 anni. Nel primo caso come minimo c’è
da aspettarsi l’erosione di intere coste e spiagge,
senza contare gli effetti devastanti che avrebbero
uragani e tempeste.
Nel secondo caso se
qualcuno pensa che anche un metro di acqua in più non sia
granché, non vada a dirlo agli abitanti del Bangladesh:
per loro significa perdere il 20 per cento delle terre
coltivabili, visto che mezzo Paese è sotto il livello
del mare. Ma anche a New Orleans, altra città destinata
a finire sotto acqua, non gradirebbero. Per restare più
vicini comunque, basta andare a Venezia. Anche qui le
previsioni sono fosche: se nei prossimi dieci anni fosse
confermato l’aumento della temperatura e
l’innalzamento dei mari, il fenomeno dell’acqua
alta non sarebbe più un fenomeno ma la norma.
C’è dell’altro:
l’acqua salata andrebbe a contaminare depositi e
falde di quella fresca da cui dipendono le città
costiere e l’agricoltura. E questo potrebbe
diventare un problema molto più serio di qualche
chilometro di costa sommersa.
L’effetto serra si fa
sentire anche sulle coltivazioni. L’umidità del
terreno, fondamentale per la crescita delle piante, si
riduce a causa della maggior evaporazione. Il risultato
è che molti terreni oggi fertili diverrebbero quasi
aridi, mentre in altre zone aumenteranno piogge e
precipitazioni varie (da qualche parte tutta
quell’acqua evaporata deve pur cadere…).
E’ già evidente nel frattempo l’avanzata dei
grandi deserti alle medie latitudini, come il Sahara. Tra
gli effetti collaterali anche la riduzione
dell’habitat naturale per molti animali e la maggior
diffusione degli insetti e con loro di alcune malattie
oggi confinate ai tropici.
Bel quadretto, per il
futuro. E manca ancora l’aria, forse l’elemento
climatico più difficile da decifrare. Una delle ipotesi
è che se aumenta l’evaporazione, dovrebbe aumentare
la nuvolosità. Se così fosse, si aprono due
possibilità opposte fra loro: la formazione di nuvole
basse blocca l’arrivo dei raggi solari e raffredda
la superficie terrestre; la formazione di nuvole alte
provoca un effetto-serra bis, intrappolando il calore e
riscaldando ulteriormente il pianeta. Dipende tutto da
che strada prenderà il vapore scappato dal suolo.
Da qui le scelte dei
governi mondiali (ammesso che servano a frenare i
cambiamenti del clima) sulla riduzione dell’ossido
di carbonio prodotto da industrie e auto. E sempre che
non si tratti di un normale ciclo climatico. Insomma
quasi nessuno sa esattamente cosa sta succedendo, cosa
succederà e cosa bisogna fare. Ma anche stare a guardare
non sembra una grande idea: l’onda può sempre
arrivare alle spalle.
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